novembre non concerne
Avete mai visto il senso del triste
nella luce di un cane?
Intendo il mulinello delle pupille
dove c’è adagio
come in un ventre o in un sogno d’amore.
Io v’intravedo soltanto chiarore,
anche al crepuscolo,
nelle notti da marciapiede,
quando la fame è il parassita peggiore.
Da lì devo provenire, da un paradosso,
come altri da un gambo di Zeus
o dallo stomaco stirato di un’asina:
a me è toccato da un occhio di Argo,
dalla santa immensità della lunga attesa.
Ciascuno si ispira alla sua rosa
e la mia
ha il fiato dello zingaro
e il passo leggero
di un angelo innamorato di Dio.
Perché vivo a cerca di scampo
dalla tentazione al precipizio,
dalla lussuria verso l’inclemenza
per inscenare l’orgia di me stesso,
giù bocconi sulle ginocchia a farmi scuola.
E quando il mattino sopravviene
con l’assalto di nube e vuoto
e il tremendo spettacolo
di tetti freddi sottomessi al cielo,
mi rifugio in un muso di randagio
e sparisce in istante il suicidio delle sirene
e il fragore bianco delle onde su Gibilterra.
novembre, ma non concerne ( già l’avevo detto?)
Io sono fatto di lattice e spirito,
concilio e il concerto,
il mio corpo è gran trambusto
di mondi a cerca di personaggio,
un’evidenza di sesso
nella babele di un mistero teologico.
Quando cielo e pietra sono un solo bianco
l’urlo è superficie di un quadro
e il tutto si fa un coniglietto immaginario,
e la morte e Dio sono il gatto e l’albero suo.
Il futuro è ai piedi del mulino a vento.
La città intanto è un chiasso assoluto
d’uomini mancanti a qualunque appello.
[
L’angelo della luce era
in una chiesa di Roma.
Era bronzo,
ruggine, ustione, carbone,
e reale sebbene scultura:
l’angelo è un’agonia
risalita dagl’inferni
all’inizio di ogni opera e stagione.
]
novembre, ma non concerne
Io sono fatto di lattice e spirito,
prime di me
venne il concilio e il concerto,
e venne Onan così superbo
e venne Ossian così bugiardo
e sono in me,
nella carta del mio corpo,
nel gran trambusto
dei mondi a cerca di personaggio,
di interviste, di dramma,
di mistero teologico
riassumibile
in un uomo con tanto di fica e cazzo
morto in remissione dei peccati, suoi,
in uno stanzino tra i liquori e i ricatti
in gloria ai pruriti, agli scatti di reportage.
Sono piazza di giorno col mondo
a graffito al centro, là l’obelisco:
all’apice il fiore, alla base la corona
per il figlio ennesimo,
devoluto
alla bellezza delle esequie cardinalizie e non,
al rammarico del portavoce,
per il luccicore nelle cataratte
delle vecchie ahiloro poverelle
incapaci di distinguere
un gatto da un orso, un trono da un parlamento.
Quando cielo e pietra
sono un solo bianco
il respiro è cartapesta,
l’urlo
è superficie di un quadro
e tutta la rabbia
e anche il dolore
si fanno un coniglietto immaginario,
la morte stessa un reclamo all’Ufficio Protesti,
e Dio, anche Dio! non è che un gatto sull’albero.
Cervantes. è giunta l’ora del riscatto
per i tuoi mulini a vento.
Città rassicurate i vostri fantasmi:
ritorneranno gl’uomini
e non sarà per far loro del male
ma per liberarli dall’ossessione
dei loro corpi assoluti e mancanti.
Chiamate i cantanti,
accordate le rime,
dall’allegria delle cantine
voglio sentire gli urrà
per i negawatt e la second solar age!
Dopo gli scienziati allucinati
nel fumo dei loro funghi
voglio credere
ai nuovi fiori metallici
degl’ingegneri assetati di bontà.
[
L’angelo della luce era
in una chiesa di Roma.
Ero a Roma un giorno di
e l’angelo era bronzo,
ruggine, ustione, carbone,
era reale
sebbene momentaneamente scultura:
l’angelo è un’agonia
risalita dagl’inferni
all’inizio di ogni opera e creazione.
Aveva pietre di quarzo a ridire
il bagliore, e travi
e odore di camere gassose.
L’angelo conosce la luce,
la cava dall’abisso:
la luce, inestimabile ragno
superiore a tessere le trame sul mondo,
l’angelo l’ha nei palmi
e la riconduce
preziosa,
come l’ostia simbolo del massacro.
Da un buio così certo da sfidarti
nel dubbio del suo contrario
è tornato l’angelo, devastato nella fattura,
e ebbra e pura è la sua fresca psiche acquorea.
E quell’angelo, sformato
e sfigurato
e sfilacciato
e fanciulla
a cogliere una spora farfalla nel vento
era bello
com’il sole sulle mosse del fiume,
come un perdono,
come una strage su cui cade
un cordoglio violento di benedizione,
bello come lo scorcio di una strada in seppia in una città del Meridione
e come gl’aquiloni d’estate sulle spiagge.
]