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domenica, 17 agosto 2008

………./08/20…………….

 

Ho visto chiudersi porte

e aprirsi

illusioni in corridoi sempre più stretti e più lunghi

su pareti dipinte

con maniglie altissime

e le soglie con meno spiraglio.

 

Speranza è finestra che dà fuori sul cortile,

lontano da casa

come un palo telegrafico in collina,

come una formica su un vaso di fiori in salotto.

 

 

Ho visto Alice

rassettarsi la gonna lunga

azzurra

come il cuscino d’un bimbo nato appena,

e chiedersi di che droga farsi questa volta

per varcare il muro

infrangendolo come fosse semplice specchio.

 

Ho visto una luna,

foca grigia baffuta e gattara,

sparire di notte

divorata al salto dal cielo pescecane

e la terra aragosta

urlare nel pentolone dell’estate

scottante

come due orsi che lo fanno in pineta

e lui che viene s’una corteccia

dando a sbocciare fiori porpora dalla corolla artigliata.

 

Ho visto un posto in alto.

il cielo era gabbiano

e io filo d’erba in un eremo.

Zanzare mordevano la montagna elefante,

( assomigliavano a usuraie di campagna ).

In una casetta d’avvistamento,

gialla e condominiale verso la vetta,

stelle nere degl’anarchici e frascame

sui pavimenti di cocci e ricordi di sacco a pelo

e riunioni politiche

e mutande abbassate solo fino alle ginocchia.

Su per i gradini nella roccia

le ombre correvano come topolini eccitati,

verso sera

che li spingeva in avanti

come in un incendio in un bosco le fiamme spintonano i cerbiatti.

 

Ho il visto il mare

da sopra

come si spia

una donna nuda in terrazzo

s’un telo chiaro

quando tiene le gambe scostate

a fare gola al sole

con la sua luna rosa scintillante d’acque.

 

Ho visto cofani abbassarsi

con rumori di pestaggio

e aprirsi portoni di casa

con grosse chiavi di ferro pese un chilo,

medioevali

come le donne in bikini in una spiaggia di nudisti,

moderni come gl’ologrammi sulle banconote.

 

Ho visto Ulisse, quarantenne,

una tartaruga addominale

e uno zainetto da viaggio sulla schiena;

infradito color granchio ai piedi

e sulle guance tatuata una mappa Michelin.

Teneva per mano i figli

belli come chi non guarda mai la tivvù.

parlava loro in tedesco,

aveva  un culo sodo da guerriero

e l’espressione epica

di chi traduce a mente le insegne degl’affittacamere.

 

C’è un albero

nei pressi della stazione:

ha messo due foglie

e ha una crepa nel tronco,

ho visto,

per il resto niente di gran ché.

postato da: Kamk alle ore 13:35 | link | commenti
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martedì, 29 luglio 2008

disagio, ovvero la cravatta a scorsoio sul ramo

 

Gl’abeti neri contro le finestre gialle,

sconosciuti,

a cercare passaggi

sotto a lampioni d’autostrada.

sono come.

 

Cattive compagnie, taciturne

come giocatori di carte inglesi,

come gatti

dopo aver commesso l’omicidio del topo.

 

L’ombra fa comunità con l’ombra,

invidiosa le osserva

dall’esclusione della sua chiazza

la luce

sgargiante come una scena del delitto.

 

La calma è attesa che la colpa avvenga,

come un sospiro,

come alibi al soprappensiero .

 

Chiedi alla mezzanotte

se lascia a te

una boccata di luna cinerina.

 

 

Paga la tua camera,

rassetta tutto,

passeggia nell’abetaia

e nessuno più oserà spifferare

la gravità della tua innocenza.

postato da: Kamk alle ore 23:25 | link | commenti
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domenica, 27 luglio 2008

Ridotto a frammenti.

 

Apparire per breve, giusto il tempo di ammettere un pensiero che sperava di essere ammesso. Il verbo accostato ai soggetti. Prediche fulminee. Le cose, dove sono le cose?

 

La storia è un disperato tentativo di coesione. La storia ti tira giù dal letto o ti trattiene dall’andarci subito e ti dice: da come preparerai il tuo caffè, dalla tazzina che sceglierai, dal colore del tuo caffè e dalla consistenza della miscela dipendono molte cose. Dove tieni il barattolo del caffè. Che colore ha? Ha le macchie come di una mucca? è grigio e ha su scritta una marca? Da come prepari il tuo caffè, dal tempo che ci impieghi,  dipendono molte cose. Lo bevi seduto? La caffettiera da quante tazzine è? Siedi s’uno sgabello sul balcone e guardi oltre la ringhiera. Una immagine molto bella. Soffi sulla tazzina, e fai pensieri. A cosa pensi? Chi ti  prepara il caffè? Una storia, sai, è molto importante. Chi è la persona con cui hai preso l’ultimo caffè? Se hai la barba. Se ti svegli presto al mattino. Dormi fino al pomeriggio? Cosa indossi e quanto zucchero metti nel caffè e se ti scotti mai. Tutto questo è importante. Tutto questo forma una storia. Una storia è il tentativo di tenere qualcosa insieme. Le storie sono auguri.

 

C’è un ragazzo, ha un diploma, ha un tatuaggio sulla caviglia, ha il mito delle motociclette, vorrebbe trascorrere le vacanze s’una nave da crociera e affittare una cabina sul molo più alto. Intanto lavora in uno spaccio e sistema i pacchetti del caffè sugli scaffali, mettendo il cartellino, sbarrandolo con il pennarello rosso e scrivendoci a mano le cifre dell’offerta. Ha i capelli neri sulle orecchie bianche. Pesa settantasette chili e gli piace una ragazza. Tutto questo è importante. Quando tu gli hai chiesto – Scusi, dov’è il caffè?, lui ti ha risposto – Ne abbiamo in offerta: le interessa? Tu gli darai retta e si sarà creata una connessione. Questo ragazzo te lo sei dimenticato l’attimo dopo, ma forse dovresti pensare anche a lui, quando prepari il tuo caffè.

 

I cani hanno creduto ci fosse qualcosa per cui festeggiare. Tutto quel mal di Dio a tracimare dai cassonetti. Hanno ingurgitato a quantità, credevano fosse una improvvisa benedizione. Quel muso, quei denti gialli di tartaro canino, che sbranano il tuo sacchetto e si sporcano il muso con la morchia del caffè che ti sei preparato. Pensa anche a loro. Crea questa connessione. Ai cani va spalmata la protezione solare sul naso o si prenderanno ustioni che possono anche trasformarsi in tumori. La morchia del tuo caffè gl’avrà imbrattato il naso. L’odore umido di scarto del caffè penetrerà le nari sensibili del cane fino a innervosirgli il cervello, anche questo è possibile, ma se il cane è stato fortunato e ha ficcato e rollato per bene la testa nel tuo sacchetto, si è sporcato di morchia di caffè il naso e le orecchie. Si è salvato dalle ustioni. Morirà di indigestione, di infezione intestinale, ma non gli verrà nessun brutto tumore dovuto al sole. Una storia è importante.

 

Dal rumore degl’infradito o degli zatteroni sul pavimento si può capire molto dell’umore di un uomo. Le trascina? è stuccoso, inappetente. Risuonano forti al punto da disturbare chi abita al piano di sotto? Ha qualche progetto in testa, è una buona giornata. Le tiene allentate al piede? Niente di interessante in vista. Se va scalzo per casa sua, è una persona sicuramente simpatica. Forse, quando siede sullo sgabello sul balcone, sfila gl’infradito e posa i calcagni sul piolo basso. Distende le dita dei piedi e poi li raccoglie. Tiene la tazzina per quel minuscolo appiglio, tra due polpastrelli. Se sbadigliasse sapremmo se si è appena svegliato o se ha molto sonno. I suoi pensieri casuali dovrebbero incuriosirci sempre.

 

Il ragazzo dello spaccio, verso le dieci della sera, esce dalla porta del retro e va a buttare i bustoni neri dell’immondizia accumulata; sicuramente penserà – Con quello che mi pagano qui dentro, altro che crociera: mi affitto giusto due ore di pedalò al solito lido. Dovremmo ricordarci di lui perché è quello che c’ha detto – Abbiamo del caffè in offerta; e ci ha fatto risparmiare, senza che a lui gliene venisse niente. Se è nervoso, accigliato, bisogna comprenderlo, anche se non va perdonata la pedata che dà al randagio che ancora razzola nei bidoni. Si sa quanto siano avidi i cani. La punizione comunque è immediata: c’era quella morettina che a lui piaceva, lui si sarebbe dovuto insospettire di tutta la sua indifferenza, ma certo non poteva immaginare che quella indifferenza nei suoi riguardi fosse una indifferenza vera ossia costruita: una indifferenza rivolta proprio a lui e non a tutti in generale. La morettina passava di lì, sperando fosse orario di chiusura. Questa sarebbe stata la volta buona che avrebbe risposto alle sue occhiate, ma lo incontra quando lui sta dando una pedata a un povero randagio che per disgrazia già aveva il naso e le orecchie ricoperte da una bituminosa sostanza nera. – Come si fa a trattare così un povero cane?; e gli volta le spalle e va via. Il ragazzo alza gli occhi e le guarda le spalle che si allontanano. Nemmeno sa di averla delusa. Semplicemente pensa – Toh, è passata di qua. Neanche un saluto, neanche questa volta un sorriso. Una stronza, proprio come la padrona di questo spaccio. E nessuno dei due poteva sapere che si era rovinato qualcosa che non si saprà mai, se sarebbe potuto diventare molto bello o orribile. Se il cane a cui il ragazzo aveva dato la pedata non avesse mostrato anche un muso così lerciò forse la ragazza ne avrebbe avuto meno compassione. Vedete come si crea una storia? come ogni gesto diventi importante.

 

Che odore ha un uomo quando si sveglia o poco prima di andarsi a coricare? Il suo odore dice molte cose sulla sua felicità. Se è sudato è perché ha dormito male o perché già sa che dormirà male, e se dorme male è perché la sua vita deve dargli un sacco di preoccupazioni, o di insoddisfazioni. Certo, c’è anche un altro tipo di sudore: un sudore sano, di un corpo burrascoso anche quando dorme o si appresta a, ma in quel caso sarebbe un altro sudore, un sudore più asciutto, un sudore che piace molto alle donne e che mette in loro il desiderio di dormirgli accanto. Molto dipende da come bevete il caffè. Se siete sullo sgabello del balcone, se abitate proprio di fronte all’edificio dello spaccio, affacciando sul lato della sua porta posteriore, tutto comincia a essere più chiaro: diventa più chiaro perché il cane che ha ricevuto la pedata dal ragazzo fosse proprio sporco della vostra morchia: perché tu e il ragazzo gettate l’immondizia nello stesso cassonetto. Non avevi nessuna intenzione di rovinare i propositi amorosi del ragazzo, neanche sapevi che ne avesse, ed è per puro caso se sei sul balcone a sorbirti un caffè per compagnia quella sera che la ragazza gl’ha voltato le spalle e gl’ha tolto la possibilità di farla innamorare di lui. Hai visto tutto ma non volevi, non immaginavi che gli scarti della tua caffettiera potessero generare tanto. Però ti è piaciuta la reazione della morettina, e ti piace anche lei, e speri di incontrarla qualche volta, per poterle dire – A me piacciono tantissimo i cani. Ti va di prendere un caffè assieme? Non sono sicuro di saperlo preparare per bene, ma preferisco prepararmelo da me, è un vezzo che ho. Non abito lontano da qui. Quello è il mio balcone, lo vedi? No, non quello: quello immediatamente sotto. Alla sera, quando torno dai dove sono stato di giorno, mi piace sedere sullo sgabello a prendere il mio caffè. Un gesto piccolo, una azione minuscola, ma non esistono gesti piccoli, azioni minuscole, e mi piace che tu sorrida quando ti dico queste cose perché le trovi buffe.

 

Perché ogni cosa è importante, anche ora, in questi spazi frammentari che ho, che molti di noi hanno e per i quali dobbiamo faticare, per non perdere anche loro. Vanno tenuti uniti in una storia, altrimenti nulla mai potrà accadere.

 

Raccontare le cose è un modo per farle accadere, mi va di dire questo.

postato da: Kamk alle ore 19:35 | link | commenti
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sabato, 26 luglio 2008

….26/…../….08

 

E devo dire anche stamane

dell’albero,

signore vestito del nudo tronco

come un conte

con la genealogia nella terra

e gli avi nelle radici

e i pronipoti nelle foglie,

generoso

perché mai nega la sua famiglia

all’incontro con il mondo.

 

E della velocità dell’uccello

devo dire

tra i rami come lanci di amore,

generatore di altri popoli

da mele cadute

raccolte sulle ali

e con per guida il vento di passaggio.

 

Minimo come un istante,

il contatto

attraverso  cielo e terra

che sono il piccolo spazio

tra due mani

con attorno l’incontenuto

che non si può dire

e che si raccoglie in una immagine

come la bellezza in un sorriso.

 

E la bocca

è sempre la foga dei bambini

a cerca

della palla delle parole nuove,

supremi

contro le bambole dalle bocche cucite

che giocano al mondo

con vestitini a strapuntino

e i figli nelle migliori scuole cattoliche.

postato da: Kamk alle ore 12:41 | link | commenti
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mercoledì, 16 luglio 2008

   Le bambine sui roller distribuivano a gratis ai passanti il fogliaccio sulle aste giudiziarie, forse in cambio della promessa d’un ghiacciolo e il circondario del dormitorio per il loro entusiasmo germogliò in  un parco con tanto di rincorse di sole tra i rami e panchine punzecchianti per gli aghi di pino. Un anziano signore in maglietta rossa teneva al guinzaglio due grossi maremmani e la strada tremolò e poi divenne uno di quei  sentieri mitici descritti dai romanzieri anglosassoni allusivamente cristiani, dove gl’orsi con la criniera vanno a passeggio assieme ai maghi indovini, tra alberi con tanto di naso e voce e sassi con le zampe come rane dalla testa dura. Un ragazzo alla stazione si esercitava con le shaker nelle acrobazie da barman assegnategli come compiti per casa al corso al quale s’era iscritto per trovarsi un lavoretto estivo, e la banchina non fu più una banchina ma un chiosco s’una spiaggia dove si andava in giro con parei e pantaloncini sfrangiati, un chiosco con il tetto di paglia e gli sgabelli di vimini. In ogni gesto c’è la possibilità di una illusione. Coglierla negli occhi è come stare a bocca aperta ad ascoltare una bella storia.  

Ascolto le favole nascoste che a volte neanche il mondo sa di star a raccontare.

postato da: Kamk alle ore 09:03 | link | commenti
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lunedì, 14 luglio 2008

    Parla il signor Rossi Satana,

 

Quando fu l’Inizio,

io divenni la Fine.

 

Come lui separò la luce

dalla tenebra

così io separai

la luce dalla luce,

la tenebra dalla tenebra,

perché contro il nuovo equilibrio

potesse qualcosa il vecchio caos,

l’ordine prima dell’equilibrio,

contro il sublime inganno del motivo.

Sono un inguaribile nostalgico.

 

Disordine è la prima tradizione,

la verità prima del testamento.

 

Io sono confusione,

la riposante,

l’universo senza il miracolo,

il trucco, la trovata,

del senso inferto allo spazio.

Io non creo,

conservo

ciò che non fu da prima che lo fosse.

 

 

Il mio nome è Restaurazione.

 

 

Premo perché tutto ritorni

a com’era prima dell’arrivo

di colui che usò violenza

all’inesistente così debole e inerme.

 

Sono contro Dio il ribelle,

l’Innovatore,

insopportabile ragazzo

fastidioso d’ideali.

 

Sono un educatore insoddisfatto.

postato da: Kamk alle ore 21:45 | link | commenti
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martedì, 01 luglio 2008

     Sui tetti a terrazzo, su quei palazzoni di scalcinature e condutture esterne, su quei tetti a terrazzo dove in America ci fanno gl’inseguimenti polizieschi e dove di notte ci suonano i musicisti, ispirandosi ai rumori dei vicoli e alle finestre gialle, i musicisti che poi inviano i loro promo alle radio amatoriali e alle etichette discografiche. Su quei terrazzoni dove in Italia ci passano solo gl’antennisti per gl’impianti centralizzati dei condomini e le signore con le vesti comode e con sottobraccio la bacinella con i bucati di lenzuola. È su quei grossi tetti a terrazzo che vedo smaniare l’estate, come una isterica, una scugnizza che lancia urlacci, come una cornacchia, come una cicogna che ha perso i flussi, i bioritimi, le città di Trebisonda: le ultime resisenti dopo il crollo degl’imperi. Su quei terrazzi, quest’estate: ogni volta terrorizzata, impazzita, perché si provano a sfruttare le sue miserie per farne cose laide come segni, presagi, avvertimenti sulla fine dei tempi. È solo l’estate, solo lei che smania sui tetti a terrazzo. Datele qualche mese, solo qualche mese: si butterà di sotto e verrà autunno, con il suo lutto, con la sua pace di commemorazione, di morte naturale che non è crisi, non è minaccia alle civiltà: è il conforto di ciò che è soltanto stagione, di ciò che muore senza alludere a morti ulteriori, a catastrofi, a punizioni più che passeggere.

postato da: Kamk alle ore 14:03 | link | commenti
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mercoledì, 25 giugno 2008

Al mattino lo specchio è la platea occhiaiuta all’oratoria tribunaliza dei tuoi sbadigli surrealisti, di più: ronfanti ancora! Uccidere formiche imprudenti attorno alle manopole del rubinetto spandendo citazioni come fossero monentine agl’indigenti dai dieci anni in giù, ah: la tua statura si misura in piastrelle color acquamarina!, con applicabili in gommina a forma di ranocchi. Il lavabo è il leggio, il bianco delle ceramiche di secondo taglio la tua nube papalina. Le trombe dello sciacquone annunciano l’inabissamento della tua gomorra e segnano il primo passo varso il ritorno alla Città Santa, Settimanale ed Economica, a cui accedi in ascensore, o s’una nuvola. Triiiiiiiiiiin: mercoledì.

 

( Ah, il caldo è una che con te ci sta, ci sta, ammicca – Ehi, ci sto!, e non se ne fa capace che tu no – Spiacente, non ci sono.  Ma come? Il caldo è una ninfomanata di un metro e sessanta e di un’ottantina di chili, con seri dubbi sulla virilità di chi prova a scansarla, lei così procace eppure così asfissiante, che pensa – Certi uomini preferiscono le docce fredde alle donne calde!).

 

Toh lavoratore: il tuo Te Deum da sansebastiano che tira giù i cristi. Non siamo scomparsi: non indossiamo le tute,  siamo sempre operai.

 

                       [ Da: “ Il piopio di un metalmeccanico alle prese con il baubau delle fabbriche metafisiche alias

                         Del-Terziario; brogliacci vari”].

postato da: Kamk alle ore 10:46 | link | commenti
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domenica, 22 giugno 2008

Nel nome del padre, della madre e del figlio

 


   - Domani dovrò restare fino a tardi in ufficio, Sara mi ha detto che hanno incastrato anche te; comunicò a Michele e glielo disse come gli stesse promettendo di fare all’amore con lui, all’indomani. La trentina, lei bella per gli occhi di chi se ne fosse innamorato: gli occhi che hanno più indulgenza, e poi pazienza, e la fortuna di scoprire le avvenenze che le occhiate veloci, bramose, che sostituiscono l’immaginazione per avere un colpo di genio nelle mutande, non avrebbero mai visto, perché le occhiate bramose vogliono sole le evidenze: il nudo e crudo; e per questo non sapranno mai quanto piacevole può essere una spalla, un ginocchio, se prima non si provano lentamente a spogliarli, tremando, quando tirar giù una spallina può essere uno spillone nello stomaco come una sottoveste strappata via, come i nastri delle confezioni difficili da aprire. Aveva capelli neri, un corpo raccolto che andava indagato come una miniatura, ed era fiera del suo peso leggero, recuperato dopo la prima gravidanza assieme a un grembo liscio, a un grembo bello da accarezzare, come non fosse mai stato deforme, gonfio, abitato: come lei non fosse stata altro che un appartamento che qualcun altro aveva utilizzato senza avere la minima intenzione di pagare le spese d’affitto. – Ho trent’anni; pensava, e ricordò che il giorno del suo trentesimo compleanno festeggiò in ufficio portando due vassoi: dolci ordinati la settimana prima alla pasticceria di fronte alla sede di lavoro. Che lavoro? Oh, uno di quelli che a sera togli le scarpe e metti a scaldare l’acqua, scoprendo che la semplicità di quel gesto ha gratificazioni che una giornata intera di telefonate e pratiche al computer non sapranno mai dare. – Forse mi sono trovata un lavoro per avere un buon motivo per essere contenta di tornare a casa la sera. Dei suoi trent’anni ricordava gli auguri in ufficio. – Auguri! – Auguri Anna! – Quanti anni sono? Trenta, solo trenta? Ma sei una ragazzina!. Le colleghe le baciavano le guance e quelle che non la baciarono dissero – Come te lo avessi  dato, ma questo rossetto… Quelle che non l’avevano baciata avevano più di trent’anni, molto più di trent’anni. Erano invidiose. Lei mangiò solo due dolcetti. Michele era il collega che più volte le aveva proposto di tradire il marito con lui – Essù!, solo una volta! Una volta sola, che t’importa? È eccitante. Possiamo farlo anche qui, dai: che ti costa. Non ti ho detto che ti amo. Non ti ho detto che devi lasciare tuo marito. Lo facciamo qui, dopo l’orario d’ufficio. L’hai mai fatto in ufficio? Così, per divertirci. Io l'ho già fatto, sai? Con Sara, anche con la capoufficio! È come andare al cinema, con le amiche una volta tanto invece che con il solito accompagnatore. Perché no? Perché no? Michele le aveva fatto gli auguri dandole un bacio sulla bocca, un bacio schioccante, sonoro, vistoso! E tutti i colleghi si erano messi a ridere. Michele aveva un sorriso di tutti denti bianchi: ilare, gioioso, mai una ruga. Anna non sapeva s’era vera la storia della capoufficio: con quel busto sempre impostato, le labbra dal rossetto così scuro da sembrare nero: ma non era lesbica? Tutti nell’ufficio dicevano fosse lesbica. La storia di Sara invece era vera. Glielo confessò Sara una domenica, per telefono: organizzava una cena a quattro: Sara e suo marito Enrico con lei, Anna, e suo marito, Enrico anche lui. – Si chiamano tutti e due Enrico, domani è il loro onomastico: stasera usciamo, festeggiamo insieme e loro litigano a chi vuole saldare il conto: che ne dici? – Dico che posso chiederglielo. Dico che c’è Roberto, non so a chi lasciarlo Roberto… - Ma noi abbiamo la tata: Giannina, la vedessi: una bionda così tranquilla, il reggiseno bianco e le tettine che secondo me sanno ancora di biscotti per bambini: Enrico se la guarda con una faccia: gliele prenderebbe a morsi, quelle tettine, ma lo sai: lui è un porco. Puoi lasciarlo da noi, il tuo Roberto. Ma la sai la novità di ieri? – Oh Sara – le rispose Anna, per nulla dispiaciuta ma convinta della necessità di sembrarlo – Lo so, sarei dovuta andare io in ufficio, ma Enrico era a lavoro e lo sai, Roberto non è tipo d’andare a casa di amici. “ Mamma perché devo andare a casa degli sconosciuti?” dice, come sei gli amici fossero degli sconosciuti. Io e te siamo degli sconosciuti Sara, dimmi un po? Questo ragazzino mi preoccupa, non si fida di nessuno, non gioca con quell’apparecchio che gl’ha comprato il padre.  Ma ci giocano tutti quelli della tua età! Non so cos’abbia in testa quel ragazzino. Guarda così poco la televisione, passa un sacco di tempo in camera sua a fare disegni, spero stia bene… - Oh, e smettila tu e il tuo bambino: ha cinque anni, è normale che passi il tempo a fare scarabocchi. – Ma, non lo so – diceva Anna, in piedi e appoggiata con le anche al lavello: quando parlava al telefono restava sempre in piedi, per ricordarsi di fare telefonate brevi. Le telefonate si pagano, si pagano. – Anna, fammi finire: la sai la novità di ieri o no? – Sarà, sabato prossimo, guarda, cascasse il mondo sabato prossimo, se c’è da tornare in ufficio, Roberto io, io non lo so, magari potrei tirarmelo dietro… - Ma ascoltami! – la voce di Sarà salì di un’ottava: era proprio fremente: voleva confessare un peccatuccio, era tutta allegra e pentita – Chi c’era con me in ufficio? Il bel Michele. Da non crederci: tutto il giorno non una parola, mica come durante la settimana ch’è tutto un fare lo sciupone, uno tutto baci, tutto mani sul culo. La faccia nello schermo: calcolava, calcolava, ma cosa calcolava? Gli chiesi – Michele, come sei taciturno. È sabato, nessuno ci guarda, prendiamo qualche pausa no? E lui continuava, diceva – Che rogna il sabato, oggi che c’avevo tanto da fare: voglio finire, fammi finire. Insomma: una lagna, un mortorio che non passava, e chi vuoi che chiamasse il sabato? L’ufficio era di una noia mortale, mi sono messa a archiviare quello che c’era da archiviare, un silenzio ch’era come non ci fosse più nessuno. Poi non ti sento due mani sulle spalle ? – C’hai bisogno di un massaggino, sì, tutto la mattina ad archiviare, ad archiviare. Lo sai come fa Michele no?, che ripete sempre due volte una frase, come a farla lunga e saggia, sì: quel modo insopportabile: io lo detesto quando lo fa. Che c’avrà, quaranta anni? Beh, quando usa quel tono avrei tutto il diritto di dirgli – Ma stai zitto, papà! Comunque gli dico – Oh, Michele proprio quello che ci voleva, oh Michele. Ascolta Sara: in ufficio non c’era nessuno, praticamente solo due ventilatori sulle  scrivanie. Non c’ho capito niente. - Ti ricordi di quella volta al Sistina? mi fa. C’eri anche tu, Anna: quella sera tra colleghi. Mi ficcò le mani tra le cosce, mi disse – Dai dammene un po’. Scoppiamo tutti a ridere, ricordi – Michele, quanto t’ubriachi. Beh, finì là, ma da quella volta, non lo so: c’è sempre stato qualcosa. Senti Anna: l’abbiamo fatto. L’abbiamo fatto. Oh, che sciocchezza. Se lo sapesse Enrico. Per questo dico: stasera andiamo a festeggiare. Festeggiamo, dimentichiamo: Michele è un tale galantuomo. Vuoi sapere com’è stato? – Sara… - Hai ragione, come è stato o come non è stato: è stato. E non sarà mai più. E poi così Enrico impara a fargli certe occhiate, alla Giannina, che secondo me una sera rincaso e trovo il mio bambino chiuso a chiave in camera sua e quei due solo con le camicie che si danno sul divano nel salotto: è un tale porco, mio marito, e quella Giannina: le conosco le verginelle così, sono quelle che danno il culo in un non si dica. Allora organizziamo per questa sera?. Organizzarono, quella sera si divertirono molto. Portarono Robertino con loro. – Allora pagate voi perché siete venuti in tre e avete consumato il di più! rise Sara. Così bella Sara, quella serata, e suo marito, Enrico: uno di quegli uomini che da sposati non mettono un chilo, altrimenti al lavoro li licenziano. Un dirigente, un responsabile, Anna non sapeva di che cosa si occupasse, ma certo guadagnava abbastanza per potersi permettere una tata di nome Giannina. Fecero così tanto gl’innamorati, Sara e suo marito, che anche lei avrebbe voluto farlo con il suo, ma c’era Roberto: con il bambino davanti, meglio che no. Quando andarono insieme al bagno, durante la serata, a incipriarsi il naso e pisciarla un po’, Sara le disse – Ma quanto è bello ancora tuo marito: ma quanto ancora gli deve tirare? Certo che siete propri fortunati voi due.  – Anche tu e Enrico… - Sì, eh? Guarda, per stasera c’ho certe ideucce. Gliela faccio passare io di mente, la Giannina, vedrai. Domani lo faccio andare a lavoro con certe occhiaie, vedrai. Un paio di cose me l’ha insegnate sai chi? Michele, ieri in ufficio: quello è un maiale. Mi ha insegnato quel tipo di cosette che a mio marito piaceranno, vedrai gli piaceranno: mio marito, d’altronde è un porco, lo sai. – E cosa…? cosa…? ;Anna sembrava pudica: aveva un trucco leggero sul volto, un braccialetto d’oro bianco sul polso, il regalo di suo marito, il giorno dei suoi trenta anni. – Ti va di uscire stasera, sì, andiamo a festeggiare ? le domandò quella volta. – Se a te va… - Dimmelo tu, è il tuo compleanno: si va a festeggiare, io tu e Robertino, eh, che si fa? – Ma, non lo so, stamattina ho già festeggiato in ufficio, tu sei stanco? Non lo so… - D’accordo Anna, se non ti va di uscire, lo capisco: chissà il casino di oggi, il compleanno, il lavoro in ufficio, e poi ci dobbiamo preparare, dobbiamo prenotare il posto: hai ragione tu. Scendo con Robertino ad affittare un film. Ma il film lo decidi tu, d’accordo? Anzi no, lo scegliamo noi. Lo sceglie Roberto: eh Roberto, vuoi fare il regalo alla mamma? Gli prendi un bel film, eh Roberto? Li hai dati gli auguri alla mamma? Affittarono uno di quei film fatti al computer, con i personaggi come nei videogiochi. Ad Anna non piacque, a Roberto non piacque, si addormentò a metà film. – Credevo gli piacesse; disse Enrico, e Anna pensò “ Ma non era a me che doveva piacere? a me?”. Enrico portò il bambino a letto, finirono di guardare il film assieme, ormai era affittato. Quando finì, era mezzanotte, il salotto ronzava del sonno degli appartamenti sopra e sotto, Enrico le regalò il braccialetto d’oro bianco. – Auguri Anna; le disse. Lei lo baciò. Lo fecero sul divano del salone, poi lei andò a letto, lui ripose il divvudì nel contenitore, lo lasciò sulla tavola in cucina, e quando la raggiunse in camera le disse – Domani mi ricordi che devo riconsegnare il film? Speravo che a Roberto piacesse, i gusti del ragazzino proprio non li so indovinare. Anna gli si face sotto, glielo prese molle nella mano, non aveva proprio sogni, voleva festeggiare, voleva uscire, voleva prenotare in un bel posto e andarci da sola con suo marito. Lui le posò un bacio sulla bocca, le disse – Hai trenta anni; sorridendo, come le stesse dicendo una cosa bella, chissà cosa voleva dirle, e si addormentò. Sembrava così innamorato. Lei si masturbò,  pensò – Ho trent’anni. Quando ne avevo venti non avrei mai pensato che a trenta anni, sposata e con un bambino di cinque, mi sarei masturbata ancora. Attivò la sveglia sul cellulare, ci scrisse il promemoria “riconsegnare il film”, e s’addormentò, chiedendosi perché non riusciva a perdonare suo marito di aver scelto un film che piacesse al loro bambino. – Che tipo di cosette? chiese a Sara, nel bagno del “Serenella”. Non voleva Sara pensasse che lei non fosse capace di apprezzare quel genere di cose, di giochi. Asciugò le mani con una salvietta, glielo chiese mentre la gettava nel cestino sotto ai lavabo. Era la prima volta che venivano al “Serenella”, lei e suo marito e Roberto. Anche per Sara e suo marito era la prima volta, ma loro due erano soliti tentare nuovi locali; per Anna e Enrico invece no. Ad Anna in particolar modo non andava di potersi rovinare la serata andando in qualche posto sconosciuto che poteva poi rivelarsi una vera seccatura. – Davvero vuoi che te li racconti? Ma perché, tu e tuo marito…? No, dico: non mi sembra che voi due: non ne avete bisogno. Queste sono cose che si fanno quando ci sia ama di meno, le porcate non le fanno gl’innamorati, e voi siete tanto sposini, c’avete ancora tanta immaginazione in quegli occhi: ma davvero lo vuoi sapere? Senti, tu non ne hai bisogno. Senti me, mio marito è un porco, invece tuo marito a te ti ama, si vede: io ti invidio. Sai come me ne accorgo? da come guarda vostro figlio. Vostro figlio tuo marito lo adora, e te ti adora cento volte di più: ci tolgono la pazienza e la fede, il mondo intero, con la storia di Gesù e del suo Babbo, ma lo sai quanto doveva amarla Iddio la sua Madonna? La sua Madonna che gl’aveva dato il bel figlio, quel bel figliolo. Guarda, tuo marito ti guarda così, come Iddio doveva guardare la Madonna, e nessuno lo sa. Sai perché io lo so? Perché mio marito io lo adoro per lo stesso motivo. C’abbiamo Matteo, ah Matteo: a giorni è anche il suo onomastico. A saperlo che stasera portavate Roberto con voi: magari Matteo si sarebbe convinto a venire, invece di stare con quella Gianna che ci costa venti euro all’ora, la ragazza buona e bella dal reggiseno bianco, hai capito: venti euro. Mio marito è un porco, ma se ho un figlio come Matteo devo ringraziare lui, e allora cosa faccio: me lo tengo. Enrico è il mio Madonno, vai, per esser un po’ bisbetica stasera. E allora che faccio? Per tenermelo stretto mi imputtano un po’. Ma tu, Anna: sei tanto carina, tanto dolce: siete così fortunati. Ti ricordi il giorno del tuo compleanno? Io me lo ricordo. Quel maiale di Michele ti schioccò un bacio sulla bocca, tutti i colleghi nell’ufficio scoppiarono a ridere, e tu diventasti d’un rosso! Tutta rossa, dalla fronte al collo, e ti odiammo tutte: guardami, io dopo aver avuto Matteo ho fatto una ciccia molla qui, poco sopra la fica: invece il mio Enrico è così fusto, ci tiene così tanto. A volte la sera gli devo spalmare certe creme sullo stomaco, sulle cosce, sul culo! – Spalmatele anche tu, dai spalma! mi dice, ma a me queste cose fanno un po’ schifo, e poi la puzza che fanno. Ci dovrebbe andare conciato così dalla Giannina, puzzolente di cremine per tenersi snello e in forma il cazzo. Ah. Quali cosette vuoi sapere? Torniamo di là, vieni, bella madonnina, vieni. Tornarono a sedersi, passarono una bella serata. Rincasarono, spogliarono Roberto e lo misero a letto. Enrico le disse – Grazie, che bella festa di onomastico, sono divertenti i tuoi amici. Sono piaciuti anche a Roberto, hai notato? Forse dovremmo fargli incontrare loro figlio. Come… Marco, Matteo? Suo padre gl’ha comprato i videogiochi, dice che suo figlio ci si diverte tantissimo, se Roberto trova qualcuno con cui giocarci, potrebbe… che nei sai? Quel bambino ha bisogno di normalizzarsi un po’. Sciacquarono i denti, a turno, accostarono la porta e fecero all’amore. Ad Anna piacque, piacque. Enrico, quando entrava in lei, sembrava sempre così felice, sempre così allegro. – Non ti annoia a fare l’amore con me? – Anna, ma che dici? – Non ti annoi? Lo facciamo sempre alla stessa, sì sempre alla stessa maniera. Non lo so, forse lo vorresti diverso, che facessi qualcosa, non lo so… Enrico ebbe quello sguardo, come a dire – Oh, Anna, sono un uomo, c’ho certe fantasia perché capita a tutti gli uomini, ma quando sto con te io non me ne vado in fantasie, cioè: io non ne ho bisogno. Io con te faccio l’amore, con mia moglie, mica, mica che ne so, mica voglio le cose che si fanno con le altre donne, quelle che poi non t’importa cosa fanno, perché non devi rispettarle, non ci devi condivide il letto, i giorni, ammirarle per il come sanno fare bene l’amore senza renderlo qualcosa, un qualcosa che vorresti vedere per farti una sega in privato, ecco. Quello sguardo la riempì di tale consolazione e tristezza. – Ti amo; gli disse, ed Enrico a lei – Ti amo. E dormirono, si amavano davvero, ma Anna non sapeva accettare che per suo marito lei fosse adorabile perché gli aveva dato un bambino, perché era solo innamorato di lei. Come spiegarlo? Lei voleva che Enrico, sì: la amasse, ma anche: la desiderasse, ecco, come un Michele, come un Michele che avrebbe voluto intrattenersi con lei in ufficio, per massaggiarle il collo, divertirsi e insegnarle due o tre cosette di quelle che fanno stare bene gli uomini che poi non ti devono rispettare. Il sabato, quando sapeva che sarebbero restati in ufficio lei e Michele, aveva indossato una mutandina molto piccola, aveva messo del profumo sui seni e sulle cosce, si era portata biancheria di ricambio e una striscia di preservativi. Quando era entrata in farmacia per comprarne era diventata tutta rossa. Lei e suo marito non utilizzavano preservativi. Lui avrebbe tanto voluto un secondo bambino. Lei aveva un modo tutto suo di fare certi calcoli con le date e quando le prendeva un sospetto più forte, si faceva prescrivere delle pillole per regolare il flusso degli ormoni. – Forse dovremmo andare da uno specialista; suggeriva Enrico, ma lei gli rispondeva – Vedrai passerà. Accadrà, se deve. Non forziamo le cose; e dava a intendere che l’eventualità dell’andare da uno specialista l’avrebbe umiliata, a morte, a morte. – Una striscia di preservativi; disse, e divenne rossa per intero, come qualcuno, uno sconosciuto, l’avesse baciata lì in pubblico, e le avesse ficcato una mano tre le cosce dicendole con un sorriso pieno di bontà, di sport, di urbanità e pezzettini di olive da drink tra i denti - Dai dammene un po’. Le mise in borsa  e arrivò in ufficio. C’era Michele, con la faccia nello schermo, digitava frenetico, mugugnava – Che rogna il sabato, oggi che c’avevo tanto da fare: voglio finire, fammi finire. Lei lo ascoltava, dalla sua sedia, con la matita in pugno, e quelle parole le suonavano come tante oscenità, come Michele le stesse dicendo – Cagna, non hai le mutandine eh? Che troietta, che Giannina. Ora vengo li e te la, ora vengo lì e tu vieni qui, qui sopra; le sembrava che dicesse, mentre a Michele sudavano le ascelle e gli s’allargavano gl’aloni sulle maniche della camicia. Michele aveva quaranta anni e ne dimostrava trentacinque, suo marito ne aveva trentadue ed era più giovane di Michele, più bello, e aveva certe gentilezze, e un sorriso, gli piaceva guardare i film in tre sul divano del salotto, e gli piaceva massaggiarle i piedi, chiederle come andava il lavoro. – Quando m’insegnerai a cucinare? le chiedeva. Era divertente, insieme guadagnavano abbastanza per coprire le spese, forse l’anno prossimo avrebbero comprato una macchina nuova, solo per lei. Certo, Roberto sarebbe andato alle elementari. – Se potessi accompagnarlo tu, o io, alla mattina. Mio padre non mi ci accompagnava, a scuola, neanche mia madre. Mi piacerebbe che accompagnassimo nostro figlio a scuola, la mattina. L’ho visto succedere solo nei film, lo sai? Nessuno dei miei amici veniva accompagnato a scuola dai suoi genitori. Al massimo, dal genitore di qualcun altro. Quando aveva scelto le mutandine, messo le gocce di profumo attorno ai capezzoli, attorno alle cosce, Anna era avvampata, aveva chiuso a chiave la porta del bagno e si era masturbata. – Anna, Anna ci sei? Anna, io scendo. Ciao Anna, chiamo per ora di pranzo, Robertino è giù in macchina che mi aspetta, ciao Anna. Sara le avevo detto, il venerdì mentre andavano via dell’ufficio – Se per te è un problema, posso venirci io domani al posto tuo. La proposta di Sara, Sara con i suoi trentasette anni e le rughe, la pancia molle, le cosce grosse. “ Lo vuoi solo per te? Lo vuoi tutto tuo? Traditrice, cagna, ti è piaciuto fartela strizzare, ti sono piaciute le due o tre cosette, eh? Stai a casa tu, stai con tuo figlio: lo adori tanto tuo figlio. Stai a casa. Tu, tuo figlio e la Giannina. Sai quante se ne tira, tuo figlio, pensando alla Giannina? Perché tuo figlio è normale, tuo figlio se le tira. Mio figlio non lo so. Mio figlio è strano. Mio marito gli vuole così bene. Secondo me sta diventando frocio. Un bambino può diventare frocio a cinque anni? Roberto lo sta diventando, perché Enrico gli vuole così bene, ci parla, ci gioca, lo fa ridere, lo fa distrarre: mio figlio è innamorato di mio marito, è un frocio: per questo mi odia, per questo non mi vuole bene. Se fosse un bambino normale, amerebbe me, mi amerebbe alla follia, e stamattina mi avrebbe detto – No, mamma: perché vai in ufficio? Resta con me! E invece mi ha detto, contentissimo – Vado con il babbo al suo lavoro. Contentissimo: mio figlio che non ride mai. Quando resta in casa con me se ne sta in camera sua, a non fare nulla, a scarabocchiare. Li ho visti i suoi disegni: disegna sempre e solo lui e suo padre: solo lui e suo padre che si tengono per mano, e la casetta e il sole e l’albero, e lui e suo padre. Frocio. Piccolo maledettismo frocio. È geloso. È geloso del fatto io faccio all’amore con suo padre e lui no. Piccolo frocio invidioso” pensò a tutto questo, e scoppiò nel pianto. Sara la abbracciò, le disse – Cos’hai Anna? Perché questo pianto, cos’hai? Anna le raccontò di uno scoperto bancario, di Enrico che non guadagnava abbastanza. – Lo so, è una piccola cosa, ma un po’ di straordinario: voglio aiutarlo, Sara. Voglio aiutare la mia famiglia!. Non era vero niente, ma doveva dare una spiegazione, convincerla, altrimenti come dirle: - Domani voglio andarci io in ufficio, perché mio figlio mi detesta, mio figlio vuole andare a letto con mio marito. Eravamo in crisi, il secondo anno di matrimonio. Enrico mi confessò che aveva un’altra relazione. Con una donna che non seppi mai come avesse conosciuto. “ Anna, io ti amo, ma non capisco, non capisco.” Anna capiva. Ricordava come facessero l’amore, prima del matrimonio. E come dopo. Dopo era diverso. Dopo Enrico faceva l’amore con lei in maniera diversa: non in misura minore, ma in modo minore. Si può fare all’amore in un modo minore? Sì, Enrico con lei l’aveva fatto. – Io ti amo, Anna, non sai quanto ti rispetto, ma io non capisco, non capisco cosa è…” Anna capiva. Anna glielo prendeva molle nella mano dopo che avevano fatto l’amore e Enrico sorrideva, le diceva – Sei mia moglie; con quel sorriso enigmatico, pieno di approvazione e comprensione, ma approvazione per cosa? Comprensivo, come dire: tollerante, paziente, rassegnato con la felicità di un credente al suo dio. Lei restò gravida di Roberto. – Ma io, non è stato dopo che me l’hai detto, io non avrei mai…; balbettò lei, tra le lacrime, i dolori che arrivano da dovunque, nelle nausee, nelle paure a letto, la notte quando non rincasava, e quando rincasava al mattino si sedeva sul bordo del letto e piangeva, piangeva fino a quando Anna non lo abbracciava e gli sussurrava – Ti perdonerò, ti perdonerò, vedrai saremo capaci, ti perdonerò. Nacque Roberto, Enrico non restò più via la notte, quando Anna fu al quarto mese di gravidanza Enrico la prendeva da dietro, per cautela, ma dopo il parto non riaccadde . Il matrimonio tenne. Suo marito era felice, impazziva per il bambino. Si prese un mese di aspettativa dal lavoro. Una seconda luna di miele: tra lui e il bambino, tra lui e il bambino. Anna, quando quel sabato entrò in ufficio e vide Michele piegato sulla sua scrivania ebbe un sobbalzo, e quando vide che in ufficio c’erano altre due colleghe, di quelle che il giorno del suo compleanno la baciarono piene di gioia perche avevano meno di trent’anni, loro, ed erano fidanzate e non sposate, e non avevano nulla da temere da una trentenne con per di più un bambino da cinque. Fu sollevata, fu furiosa, andò in bagno e cercò nella borsetta un fazzoletto per tergersi il sudore dalla fronte: ci vide il cambio della biancheria, le si fecero deboli le gambe, si guardò nello specchio: magrolina, i capelli neri. – Hai gl’occhietti neri, luminosi: sono perline, hai le perline negli occhi: sei preziosa. Gli diceva Enrico, e poi avvicinava la bocca ai suoi occhi, come volesse morderglieli – Sono perline alla liquirizia! strillava, e lei rideva, e lui – Le perline alla liquirizia; e faceva il gioco di morderle gli occhi, lei si riparava con le mani e gli diceva – Smettila buffone, smettila! e lui continuava e lei era felice e lui allora chiamava Robertino, gli diceva – Robertino vieni, mangiamo le liquirizie della mamma, vieni! Ma Robertino non li raggiungeva, non andava a giocare con loro, allora Enrico andava a cercarlo, lo trovava seduto a terra, a fare i suoi disegni. Enrico gli diceva – Non vieni a mangiare gli occhi della mamma? Su vieni! ma lui non si muoveva. Enrico si sedeva accanto a suo figlio e cominciava a parlarci, a dirgli le sue sciocchezze. Robertino, quasi diventasse più forte di lui, iniziava coi suoi risolini, diventava un bambino allegro. Lei li raggiungeva, stava sullo stipite della porta, poi tornava in bagno e cercava di calmarsi, di dirsi – In fondo è naturale che preferisca stare con il padre: tu non ci parli mai, non sai cosa dirgli. E non sapeva cosa fare di meglio, andava in cucina e preparava qualcosa che piacesse a suo marito, visto che a suo figlio sembrava piacere solo quello che a Enrico piaceva mangiare. Anna tornò in ufficio. – Che caldo; disse. Le sue colleghe annuirono – Sì, che caldo. Erano carine. Erano scollacciate. Michele sollevò una mano, un gesto di saluto, si rimise a calcolare, calcolare. Passò la mattinata, lei pensò tutto il tempo – Meglio così, meglio così. E immaginava: cosa sarebbe successo se le due colleghe non fossero venuta a lavoro? Michele avrebbe, le avrebbe.. E cosa sarebbe successo se lei non fosse venuta al lavoro? Lo avrebbero fatto in tre? Le colleghe erano così giovani, e carine, e scollacciate: le ragazze giovani non hanno problemi a farlo in tre, con un uomo e un’altra donna. Con due uomini no, anche agli uomini dispiace doversi condividere una sola donna in due, ma una donna con un’altra donna, una amica magari o una collega, e un altro uomo.. ma poi le che ne sapeva di come andavano queste cose?. Pensava – Mi staranno odiando. Michele penserà: che sfortuna, poteva restarsene a casa dal suo maritino. E Marta e, come si chiama l’altra? Marta e l’altra staranno pensando – Un sabato sprecato. Eravamo venute al lavoro giusto per questo, per le due tre cosettine, e invece: un sabato sprecato. Anna tornò in bagno, si chiuse in cabina, iniziò a masturbarsi, sentì un fremito, lo scambiò pere un orgasmo, invece si ritrovò nel pianto. Si asciugò le lacrime, si disse – Che cretina! Ho messo anche del profumo sulle tette, sulle tette, come una, una… e si masturbò di nuovo, e mentre si masturbava pensava a Michele allacciato alle sue due colleghe e mentre lo pensava si accorse che non era più Michele che stava immaginando ma suo marito e che le due donne non c’erano più, ce n’era una sola: la sua amante, l’amante del secondo anno di matrimonio; dove era finita l’altra donna? Non c’era più, s’era trasformata in un bambino, che guardava suo marito e la sua amante e sorrideva, andava