Le Pietre Parlanti

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lunedì, 06 luglio 2009

.../07/20.....

 

Per ammirare la nuca agl'angeli

so farmi gabbiano

la cui rupe è il cielo,

sgraziata sirena con sulle ali il sale delle nuvole.

 

Però il mio segno è questa pietra,

il peso nelle ginocchia,

la verità delle orme sulla terra mia amata,

per le sue voragini e risucchi,

i richiami: alla caverna ospite del fuoco,

conca di tenebra in attesa del bacio.

Apertura tesa alle mie acque e ai miei scoli.

 

Tu sei nato così, con dentro i chiodi.

postato da: Kamk alle ore 09:53 | link | commenti (1)
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martedì, 30 giugno 2009

..../06/20.....

 

L'aria luminosa delle stanze,

come limoni

sullo sfondo degli oceani,

è nel nascosto delle pareti a vista

degli edifici introversi e esteriori,

annotati dal porto,

sono uomini gelosi del loro pescato,

abitanti dell'isola.

 

 

Tutte le grandi cose sono piccole cose,

la politica, la stampa, le chiese divise.

Tutte le piccole cose sono grandi cose,

le madri fanciulle, la zoppia dei cani,

i morti

d'infarto, gl'alberi in fiore nei cortili.

 

 

Niente è più di un'isola,

esperienza d'invidia

e di universale,

deriva al cospetto del cielo,

corpo sotteso

alla gravità, ai gracchi e alle gravidenze.

postato da: Kamk alle ore 11:34 | link | commenti
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D'accordo, da un padre fondatore come Don DeLillo ti aspettavi qualcosa in più che selvaggi paranoici e agenzie inconsce della CIA con la scusa delle assicurazioni, ma De Chardin crea dei precedenti e degli standard di libidine: la speculazione è più avventuruosa dei romanzi, e lamentarsi con quale coraggio? hai avuto il belpo', era di sabato: la forma mitologica delle nuvole e il vento come uno scoiattolo nei vestiti, su un traghetto mentre pioggerella, e noi due coperti da un telo da mare blu e spugnoso spiando una coppia di professionisti: lui con un libro di delitti della Sellerio, lei leggendo un quotidiano ingiallito e un articolo sui cervelli ingrassati, poi Virginia Wolf: lui ha i sorrisi empatici di un primario cardiochirurgo o di un pediatra, lei ha il viso cavallino e fuma come stesse nella saletta d'attesa d'una banca francese: entrerà a breve nel caveau a ritirare le tempeste di lapislazzuli, per poi andarle a lanciare alle paperelle nel laghetto comunale. - Ti piace? mi domandava - Vorresti che fossi anch'io così seria? Invecchiando staremo zitti leggendo libri fianco a fianco su una panchina. La prospettiva ti scompinfera? E l'ho notato, come lei avesse notato il tipo di categoria: rinnegato; seduto sul nostro stesso ponte: tutte le panche verniciate di bianco occupate da famiglie unte di salsedine, da bambini che chiedono patatine e dai vecchi che fumano sigarette muovendo la bocca manco stessero masticando tabacco, rigirandosi il fumo all'interno delle guance. Era sui trent'anni, codino a stirare la fronte, occhiali da highway statunitense, spense la cicca sotto la suola invece che sul catrame azzurro del ponte, seduto s'un manubrio laterale. - Tu l'hai mai spenta così, una cicca? E io - Per essere davvero quello che vuole essere, ammesso che non sia tutta la solita apparenza di carne senza lo sforzo di una idea che non sia una imitazione perciò meno che carne, infine, è voltato dal lato sbagliato. Invece di guardare il mare passare affianco restando comunque da ogni lato e quindi, nel modo tutto suo, immobile, il rinnegato da catalogo fermo posta offriva la sua espressione da uomo uomo ( un uomo che è solo per sbaglio che non ha mai ucciso qualcuno in una rissa dopo un ballo bacino a bacino per un gettone di juke box, una comparsa azzeccatissima per una pellicola di Terence e Bud, un uomo uomo nel senso: uomo semplice e immediatamente concepibile, detto meglio: uomo irreale e perciò più vicino ai sogni semplici di chi sogna sgranocchiando noccioline ), offriva la sua espressione alle famigliole, alle arie sfatte da villeggianti di un giorno, alle figlie minorenni ancora per poco, alle fidanzate desiderose di avere un orgasmo clandestino che le facesse sentire in aliscafo sulla cresta dell'onda invece che sul solito gommone con la tratta standard: miseria africana della quotidianita amorosa-disperazione lampedusana della sopportazione tutta italiana di carità e mancanza di alternative, aiuti validi e immaginazione . E il piatto lucido di olio sul fondo, con lo scampolo di peperoncino rosso come un carbone incandescente e le due bucce nerissime di oliva snocciolata, i magnifici resti, era di una bellezza ancora più alta delle nuvole mitologiche del pomeriggio; s'era fatta sera, quest'è. Sul tavolino pieghevole nell'angoletto cucina, con per sedie una sedia vera e uno scaletto basso, di quelli per salirci su a toglier polvere dal di sopra dei mobili da pranzo. - Quello che indossavi ieri notte ti stava meglio, a sporgliartelo di dosso. - Tu sei come tutti gl'altri gl'uomini, puoi venire senza quasi accorgertene, e poi andare avanti, come se le cose che lasci siano cose perse e non cose seminate. Ad amarsi tutti i giorni c'è come un fare dispetto all'amare, mai notato che? E c'è questa nuova passione, degli uomini che scrivono a Dio e si inscrivono in lui, e una considerazione, di ieri sera l'altra in metropolitana, dopo aver dato cento centesimi a una donna nera con una veste rossa e una pancia troppo sferica e dura e sprovvista di bottoncino ombelicale per contenere qualcosa che non fosse il salvadanaio del suo padrone ( ho deciso che era al servizio di un padrone, perché la sua bellezza matronale m'impediva di darle la responsabilità dei suoi inganni mendicanti). Ho pensato così: il male si misura in lunghezza, non in profondità. Il male è una durata e una traversata, il male ha un tempo ma non ha uno spazio. Ci vorrebbe un impegno filosofico per chiarificare il concetto. Ho visto un cane con sul pelo della guancia una gomma appiccicata. Il male è una cosa così. E non traccio confini netti. C'è un Io e c'è un Tu coniugato al 'lei'. Io e lei. Mi appaga.

postato da: Kamk alle ore 09:33 | link | commenti
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lunedì, 22 giugno 2009

   Mi dico che quello che avrò è il tempo che non ho ora. Una forma di consolazione e ottimismo. Stipo gl'angoli di cose in sospeso. - Tornerò da voi, abbiate fiducia. La priorità la do alle cose meno importanti, perché si sbrigano prima. Le cose meno importanti hanno dalla loro, però, il numero infinito e lo stato di necessità. Quindi delle due una o entrambe: o cambiare l'assegnazione delle priorità o modificare il concetto di necessità. Il primo mi sembra più fattibile: lo stato di necessità non lo puoi bluffare, oibò. Se le cose che reputo meno importanti le rivalutassi come cose importantissime, di conseguenza trasporrei le cose importantissime in cose meno importanti. E siccome ho predilizione a sbrigarmi le meno importanti per prima, perché mi piace serbare il meglio alla fine, finalmente mi dedicherei a queste e non a quelle. Più importante di tutto è sapersi plagiare sfuggendo alle condizioni ansiose di urgenza e riposizionamento.

postato da: Kamk alle ore 11:03 | link | commenti
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venerdì, 15 maggio 2009

 

../05/200..(3)

 

La serietà del poeta è una ridarola.

 


Claun di legnetti, il rossastro

di ruggine dai nodi alle giunture

corre e risale nelle venature

e circonda lo sbrego della bocca

gl’acuti degl’occhi

per dargli quel cupore

da demonietto di malintenzione

o la pietosa figura

di un corpo gracile e crocifisso

imbarazzando nel dubbio

se darsi alla fuga o alla preghiera

chi s’incappa disattento al cospetto.

 


Burattino inchiodato al muro

per il gancetto dietro al capo,

il suo quercia rossagno

è una macchia

di sgargio contro l’unto grigio

della parete spessa e pietrosa.

 


Le screpolate quadrettature, badaci,

nere

tra le pietre a formare il muro, sono

tremolanti come rivi sottilissimi

e irregolari. Su quello sfondo, vedi,

ammirato da lontano

il rosso di povero legno del buratto

è come un cuore, lanciato e esploso lì.

 


Sta in attesa della voce a squarciargli

i crampi, per fargli soffrire la parola,

visitare la luce in una fonazione.



Allora muoverà contro il gravame,

l’inerzia, pesa ragnatela invisibile

del ragno che intelaia il mondo

dalla tana in ogni corpo cavo,

sarà sciolta, scapricciata e sgrulla.

 


Sarà uomo e sarà albero,

in una: bambino,

e sarà libero nella carne,

sarà antico come il cielo,

nuovo come il riso dei ruscelli,

adulto e conscio come le morte.  

postato da: Kamk alle ore 13:18 | link | commenti
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   /05/20… (…)

 

 

Tornerò ad amarti da lontano.

Allontanerò la tua spina

coronata di rose

rigettando ogni complicità

col male insinuato nell’amare.

 

Le offese all’animo e al mondo,

il battesimo del fango,

il giuramento del diniego:

ripudio, e l’inchino necessario,

e tornerò ad amarti da lontano.

 

Tornerò ad amarti da lontano,

l’idolo tornerà ideale,

speranza in una realtà nobile,

e sollevandomi in volo

cancellerò le mie strisciate

evidenti, impresse sulla terra,

come cicatrici di roccia

sul corpo azzurro delle acque

su cui m’ero fatto serpente

per assaporare interamente te.

 

Trovai in te la donna,

la sua carne,

l’anima dalle membra

attraenti oltre sua misura,

e fui nel celeste, nell’aurora.

 

Per una mia colpa segreta,

a me ancora sconosciuta,

accadde rovina d’ogni cosa

e m’usasti a tuo sacerdote,

per la nuova religione di te,

suggerita, ne ho timore,

dai gemiti dell’adorazione

mia vicina all’indecenza dell’abbandono.

 

 

Mio danno se petalo è divenuto cristallo,

morbido cigno a falco aguzzo, aguzzino.

Scorrere di fiume farsi getto di olio nero.

Grano vivace duro a marmo di cattedrale.

 

Per revocare il sortilegio, il guasto,

tornerò ad amarti da lontano,

ritirando il turbamento, io nube

sulla tua bella esistenza di luce,

asciugando le ombre crepando

la montagna della mia presenza

su cui t’issai umiliandoti ad altare.

 

Tornerò ad amarti da lontano

e sognerò di te come si sogna

della rosa e del vento

affidandomi alla cura del perdono.

postato da: Kamk alle ore 10:21 | link | commenti
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mercoledì, 13 maggio 2009

… /05/20… (2)

 


Spingermi nel luogo antipodo

all’inerzia, nelle fresche

tenebre all’ombra del tempo,

laddove riposo e movimento

hanno superato l’avversione.

 

Su una sdraio di canapa

ai bordi di un crepaccio

su cui s’arrampicano le pretese delle onde

del mare immaginario,

audace e fragoroso,

disposto a una interminabile discesa in sé.

 

Ai carri rumorosi sulle strade,

agli asini,

alle città orizzontali,

alla lussuria dei panorami,

all’increscioso bisogno delle valli e dei fiumi.

 

La mia decadenza è di pietre, di paglia e laghi.

Una frottola, un calmante nel mezzo bicchiere.

Il pisolino succeduto alla due portate e frutta.

Un camaleonte in salotto sul tappeto persiano.

Iguana di plastica, scherzetto a signore in età.

Individuo sospetto con le arie da Baden-Baden.

 


---

Vieni ai piedi della casa sull’albero

con per bandiera

una pezzuola sottratta

a una cassettiera di cucina.

Aiutami con la schiena a risalirci su,

ti mostrerò in cambio il mondo

così come doveva

se m’avesse dato il suo ascolto

in cambio di un piccolo aiuto

negli impreparati anni del tempo fa.

---

postato da: Kamk alle ore 21:23 | link | commenti (1)
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                …/05/20….

 


O quanti corvi in livrea

a inchinarsi

al bel verme in marsina.

Formichiere, dove sei ?  

 

E la civetta si finge pavone

per conquistare

come fosse un’aquila

l’adorazione di tutte le mosche.  

La fanfara è una ressa di ronzii.

 

Questa bestialità nuova insignisce

il garbo della volpe,

le squisite maniere delle gatte,

la legge del loro calore

in cerimonia pel re della gale :

l’elegante, il soavissimo cinghiale.

 

 

I ruggiti nella notte, i falò

delle ombre,

spersi; e ora soltanto ossi

ai lupi

e insetti su e giù per le pietre,

immobili, alberi

a cui è stato rubato tutto il vento.

 

[

  Ricordi davvero il territorio da caccia,

  le scorribande

  e la lotta dell’elefante con il serpente ?

  Neanche più i suoni.

  Neanche più i versi.

  L’irresistibile richiamo alla resistenza,

      soltanto.

  Chi racconterà degl’orsi ai fanciulli?

]

 

La foresta ha l’odore delle serre,

dei funghi grigi,

di muschio, dell’umido dei solai.

 

Cocciuti bambini di legno, siamo,

dai nasi chiusi, compiaciuti

delle favole in rovina,

per festeggiare, saggi ohssì,

la piatta pace profonda 

della impagliatura

interiore così in voga,

orgogliosi del nostro divenire cianfrusaglia.

 

La lupa, inforcati gl’occhialini, dettò la sua morale.

 

 


E la terra ora trema

ma tu canta

le canzoni dell’aria,

delle foglie,

sulla pelle

tesa del cielo, tamburo d’anime.

Fa che io ascolti

i rumori più alti,

muovimi 

la commozione in Dio,

riportami ai miei giardini,

alla paura dei pianti,

alla gioia degl’innamoramenti furtivi,

alle verità incomprensibili, alle

bellezze delle eclissi e degli orgasmi,

alle passioni tutte in fiamma

e alle sterminate solitudini della terra.

 

 

                                                       … ma      

Se domani io muoio, tu sogna per me.

postato da: Kamk alle ore 08:17 | link | commenti (1)
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mercoledì, 06 maggio 2009



   Dove sono.
postato da: Kamk alle ore 21:31 | link | commenti
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martedì, 14 aprile 2009

   Di chi ha preparato la pastiera migliore: la sfoglia, l’impasto, la boccettina d’aromi. Del World Food Program e dell’upgrade ai sistemi informativi: l’UNICEF vuole accedere alla rete satellitare: condividerà i fondi statali o si dovrà tirare avanti ancora e solo con le donazioni private? Di piscine, a costo di tagliare la magnolia. Del turno di dodici ore in cantiere, nella Panda, giocando alla piesseppì. Della prova della verginità: tu che sei del paese, raccontala tu.  Del polletto, dell’abbacchio, del figlio del calciatore laziale che tifa Napoli, che soddisfazione. Dei tortellini, o ora meglio la lasagna? Del verbale da trecentosessantasei euro ma è da metà gennaio che il mastro non paga: benvenuto nel club. Di vestitini: ti piace di più il blu o il verde è troppo corto? Lo indosserò coi leggings sotto, tanto. Di giornaletti per undicenni con nei test la domanda – Ti ecciti quando ti tocca?. Di padri e figli che si picchiano per il palio di un telecomando. Di terzi anniversari di morte e di un foulard arancio messo attorno al capo: per quando mi ammalerò e farò le chemio. Di uova al cioccolato prese a pugni dai bambini. Di Eggers, di cui voglio leggere il di tutto, perché è uno dei pochi che mi indispettiscono e m’attraggono assieme. Del the giallo: non capisco perché lo venda solo un ipermercato, nel quartiere, d’altronde lo finisce subito.  Di attori che a ottanta anni sono celibi e perdipiù soli e che vanno a far visita per case assieme alle sorelle vedove. Di Momik che vuole allevare una belva nazista nello scantinato. Della ragazza bionda andata in gita a Roma con l’amica e a cui lo spasimante geloso chiede per cellulare – Te l’hanno ficcata la pannocchia in culo?. Di strategie per la ristrutturazione aziendale: alla giapponese, alla tedesca, all’americana. Di comitive napoletane che hanno dentro la dinamite ma che sono sempre là là per scoppiare per niente come dei palloncini cazzoni e gonfiati. Di signore col pollice verde che litigano col giardiniere di poche maniere e che consigliano ai giovani le convivenze. Di partite al bowling davanti al televisore con il Nintendo Wi. Di dormire al buio in una camera col soffitto di travi, in un divanetto corto, con la paura del terremoto in Abruzzo. Di benedizioni con la palma: quando ti segnerai la croce? Quando reciterai il Padre Nostro? Di farla nel gabinetto del regionale con la gamba sinistra formicolante praticamente zoppa, e senza sapone. Dei tre giorni : partì, mangiò e tornò a lavorare.  Di – Che grande uomo, quel Berlusconi: mi ha commosso. Del fatto che su Il Giornale ci trovi sempre articoli di discredito su Santoro e Di Pietro. Di – Se voto a sinistra, mi sposi?.  Delle due piantine di margherite nei vasi agganciati al patio in legno di castagno: freschissime, e bianche. Di – Come stai bene senza quella barba e quei capelli: eri così indecente! Di – Come stai male senza quella barba e quei capelli: eri così misterioso!. Di cosa stiamo parlando.

postato da: Kamk alle ore 12:14 | link | commenti (2)
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