Le Pietre Parlanti

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giovedì, 26 novembre 2009

novembre  non concerne

 

 

Avete mai visto il senso del triste

nella luce di un cane?

Intendo il mulinello delle pupille

dove c’è adagio

come in un ventre o in un sogno d’amore.

Io v’intravedo soltanto chiarore,

anche al crepuscolo,

nelle notti da marciapiede,

quando la fame è il parassita peggiore.

Da lì devo provenire, da un paradosso,

come altri da un gambo di Zeus

o dallo stomaco stirato di un’asina:

a me è toccato da un occhio di Argo,

dalla santa immensità della lunga attesa.

 

Ciascuno si ispira alla sua rosa

e la mia

ha il fiato dello zingaro

e il passo leggero

di un angelo innamorato di Dio.

 

Perché vivo a cerca di scampo

dalla tentazione al precipizio,

dalla lussuria verso l’inclemenza

per inscenare l’orgia di me stesso,

giù bocconi sulle ginocchia a farmi scuola.

 

E quando il mattino sopravviene

con l’assalto di nube e vuoto

e il tremendo spettacolo

di tetti freddi sottomessi al cielo,

mi rifugio in un muso di randagio

e sparisce in istante il suicidio delle sirene

e il fragore bianco delle onde su Gibilterra.

postato da: Kamk alle ore 21:30 | link | commenti
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novembre, ma non concerne ( già l’avevo detto?)

 



Io sono fatto di lattice e spirito,

concilio e il concerto,

il mio corpo è gran trambusto

di mondi a cerca di personaggio,

un’evidenza di sesso

nella babele di un mistero teologico.

 

 

Quando cielo e pietra sono un solo bianco

l’urlo è superficie di un quadro

e il tutto si fa un coniglietto immaginario,

e la morte e Dio sono il gatto e l’albero suo.

 

 

Il futuro è ai piedi del mulino a vento.

La città intanto è un chiasso assoluto

d’uomini mancanti a qualunque appello.

 



[

  L’angelo della luce era

  in una chiesa di Roma.

  Era bronzo,

  ruggine, ustione, carbone,

  e reale sebbene scultura:

  l’angelo è un’agonia

  risalita dagl’inferni

  all’inizio di ogni opera e stagione.

]

postato da: Kamk alle ore 21:10 | link | commenti
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lunedì, 23 novembre 2009

    novembre, ma non concerne

 


Io sono fatto di lattice e spirito,

prime di me

venne il concilio e il concerto,

e venne Onan così superbo

e venne Ossian così bugiardo

e sono in me,

nella carta del mio corpo,

nel gran trambusto

dei mondi a cerca di personaggio,

di interviste, di dramma,

di mistero teologico

riassumibile

in un uomo con tanto di fica e cazzo

morto in remissione dei peccati, suoi,

in uno stanzino tra i liquori e i ricatti

in gloria ai pruriti, agli scatti di reportage.

 

 

Sono piazza di giorno col mondo

a graffito al centro, là l’obelisco:

all’apice il fiore, alla base la corona

per il figlio ennesimo,

 devoluto

alla bellezza delle esequie cardinalizie e non,

al rammarico del portavoce,

per il luccicore nelle cataratte

delle vecchie ahiloro poverelle

incapaci di distinguere

un gatto da un orso, un trono da un parlamento.

 

 

Quando cielo e pietra

sono un solo bianco

il respiro è cartapesta,

l’urlo

è superficie di un quadro

e tutta la rabbia

e anche il dolore

si fanno un coniglietto immaginario,

la morte stessa un reclamo all’Ufficio Protesti,

e Dio, anche Dio! non è che un gatto sull’albero.

 

 

Cervantes. è giunta l’ora del riscatto

per i tuoi mulini a vento.

Città rassicurate i vostri fantasmi:

ritorneranno gl’uomini

e non sarà per far loro del male

ma per liberarli dall’ossessione

dei loro corpi assoluti e mancanti.

Chiamate i cantanti,

accordate le rime,

dall’allegria delle cantine

voglio sentire gli urrà

per i negawatt e la second solar age!

 

Dopo gli scienziati allucinati

nel fumo dei loro funghi

voglio credere

ai nuovi fiori metallici

degl’ingegneri assetati di bontà.

 

 

 

 

 

[

  L’angelo della luce era

  in una chiesa di Roma.

  Ero a Roma un giorno di

  e l’angelo era bronzo,

  ruggine, ustione, carbone,

  era reale

  sebbene momentaneamente scultura:

  l’angelo è un’agonia

  risalita dagl’inferni

  all’inizio di ogni opera e creazione.

 

  Aveva pietre di quarzo a ridire

  il bagliore, e travi

  e odore di camere gassose.

  L’angelo conosce la luce,  

  la cava  dall’abisso: 

  la luce, inestimabile ragno

  superiore a tessere le trame sul mondo,

  l’angelo l’ha nei palmi

  e la riconduce

  preziosa,

  come l’ostia simbolo del massacro.

 

  Da un buio così certo da sfidarti

  nel dubbio del suo contrario

  è tornato l’angelo, devastato nella fattura,

  e ebbra e pura è la sua fresca psiche acquorea.

 

  E quell’angelo, sformato

  e sfigurato

                    e sfilacciato

                                         e fanciulla

                                                              a cogliere una spora farfalla nel vento

  era bello

  com’il sole sulle mosse del fiume,

  come un perdono,

  come una strage su cui cade

  un cordoglio violento di benedizione,

  bello come lo scorcio di una strada in seppia in una città del Meridione

  e come gl’aquiloni d’estate sulle spiagge.

 

]

postato da: Kamk alle ore 12:23 | link | commenti (1)
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